
Psicofarmaci in Italia: Cosa Rivela il Rapporto AIFA 2024
Quando si parla di psicofarmaci il dibattito si polarizza facilmente: da un lato chi li considera “la soluzione a tutto”, dall’altro chi li demonizza come se fossero sempre e comunque un male. La realtà clinica – e i dati sull’uso dei farmaci in Italia – sono molto più complessi e sfumati: gli psicofarmaci possono essere strumenti terapeutici preziosi, ma richiedono competenza, prudenza e una forte integrazione con gli interventi psicologici e psicosociali.
1. Che cosa sono gli psicofarmaci
Con il termine “psicofarmaci” si indica un insieme di medicinali che agiscono sul sistema nervoso centrale, modulando neurotrasmettitori e circuiti cerebrali implicati nelle emozioni, nel pensiero e nel comportamento.
Le principali classi utilizzate in ambito psichiatrico e psicologico sono:
- Antidepressivi
Utilizzati in primo luogo per il trattamento dei disturbi depressivi e dei disturbi d’ansia. Oggi i farmaci più prescritti sono gli SSRI (inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina) e gli SNRI (che agiscono su serotonina e noradrenalina), considerati più maneggevoli rispetto agli antidepressivi “di vecchia generazione”. - Antipsicotici
Impiegati nei disturbi psicotici (come la schizofrenia), nel disturbo bipolare e, in alcune condizioni, anche in quadri comportamentali complessi. Negli ultimi decenni l’uso si è spostato soprattutto verso gli antipsicotici “atipici”, che presentano un profilo di effetti collaterali diverso rispetto ai “tipici”. - Ansiolitici, ipnotici e sedativi (in gran parte benzodiazepine)
Utilizzati per ansia acuta, insonnia, agitazione. Hanno un’azione rapida ma possono indurre dipendenza, tolleranza, compromissione delle funzioni cognitive e rischio di cadute, soprattutto in età avanzata. - Stabilizzatori dell’umore e altri farmaci del SNC
Come litio, anticonvulsivanti usati in psichiatria, farmaci per l’ADHD, farmaci per il Parkinson, farmaci antidemenza. Rientrano nel più ampio gruppo dei medicinali ad azione sul sistema nervoso centrale, una categoria che in Italia assorbe una quota non trascurabile di spesa pubblica e consumi.
Parlare di “psicofarmaci” in modo generico, quindi, rischia di appiattire realtà molto diverse per indicazioni, profilo di efficacia, effetti collaterali e modalità d’uso.
2. L’uso degli psicofarmaci in Italia: il quadro generale
Secondo il rapporto OsMed dell’AIFA sull’uso dei farmaci in Italia nel 2024, i medicinali ad azione sul sistema nervoso centrale rappresentano una voce di rilievo sia in termini di spesa che di consumo complessivo.
Nel 2024:
- la spesa pubblica per i farmaci del sistema nervoso centrale ha raggiunto circa 2,15 miliardi di euro, pari al 7,7% della spesa farmaceutica a carico del SSN;
- i consumi hanno toccato quasi 100 DDD/1000 abitanti die (giornate di terapia standard per 1000 abitanti al giorno), con un incremento del 2,1% rispetto al 2023.
Dentro questa macro-categoria spiccano tre gruppi di psicofarmaci particolarmente rilevanti: antidepressivi, antipsicotici e ansiolitici/benzodiazepine.
2.1 Antidepressivi
Nel 2024 in Italia:
- la spesa pubblica per antidepressivi è stata di circa 450 milioni di euro, pari all’1,6% della spesa complessiva a carico del SSN;
- il consumo complessivo ha raggiunto 48,5 DDD/1000 abitanti die, con un incremento del 3,2% rispetto al 2023.
Alcuni elementi particolarmente interessanti:
- gli SSRI (come sertralina, paroxetina, escitalopram) rappresentano circa il 68% dei consumi di antidepressivi (33 DDD/1000 abitanti die) e il 45% della spesa;
- il costo medio per giornata di terapia con antidepressivi è stabile, poco sopra i 0,40 euro;
- il consumo è nettamente più alto nelle donne rispetto agli uomini, con differenze che diventano marcate nelle fasce d’età più avanzate; negli ultra-85enni la prevalenza d’uso supera il 28% nelle femmine e il 20% nei maschi.
Dal punto di vista clinico, questi numeri fotografano un uso esteso ma non “esplosivo” degli antidepressivi: farmaci centrali nel trattamento dei disturbi dell’umore e d’ansia, che però faticano ancora a essere utilizzati in modo pienamente coerente con le linee guida, specie se si guarda alla durata delle terapie e alla persistenza nel tempo.
2.2 Antipsicotici
Gli antipsicotici sono farmaci cruciali per condizioni severe come schizofrenia, disturbo bipolare, psicosi e alcuni disturbi del comportamento.
Nel 2024:
- la spesa pubblica per antipsicotici è stata di circa 290 milioni di euro, pari all’1,0% della spesa complessiva, con una lieve riduzione del 2,3% rispetto al 2023;
- il consumo ha raggiunto 10,9 DDD/1000 abitanti die, con un incremento del 2,8% rispetto all’anno precedente;
- dal 2014 al 2024 i consumi sono cresciuti mediamente del 2,4% l’anno, passando da 8,4 a 10,9 DDD.
La gran parte dell’impatto è legata agli antipsicotici atipici:
- rappresentano circa l’89% della spesa e il 76% dei consumi;
- mostrano un trend di consumo in crescita, mentre la spesa media per giornata di terapia si è leggermente ridotta, anche per effetto della concorrenza tra molecole e della disponibilità di generici.
Anche per gli antipsicotici si osservano pattern di utilizzo diversi per sesso ed età: i consumi sono più alti nei maschi fino ai 64 anni, poi si invertono e diventano maggiori nelle donne, con un picco nelle ultra-ottantacinquenni.
2.3 Ansiolitici, ipnotici e sedativi (benzodiazepine e affini)
Il capitolo forse più delicato riguarda gli ansiolitici, gli ipnotici e i sedativi, in gran parte benzodiazepine e farmaci correlati.
Nel 2024:
- la spesa complessiva a carico del cittadino per ansiolitici, ipnotici e sedativi ha superato i 605 milioni di euro, pari a 10,26 euro pro capite, con una lieve riduzione del 2,7% rispetto al 2023;
- il consumo è stato di 50,9 DDD/1000 abitanti die, in calo dell’1,9%, ma comunque con una crescita media annua dello 0,6% negli ultimi undici anni;
- il costo medio per giornata di terapia si è mantenuto stabile, intorno a 0,55 euro.
Dentro questo gruppo:
- le benzodiazepine ad azione ansiolitica rappresentano la categoria a maggior spesa:
- circa 371 milioni di euro, pari a 6,29 euro pro capite,
- 24,4 DDD/1000 abitanti die, in calo del 3,5% ma su livelli ancora molto elevati;
- alprazolam e lorazepam sono le molecole a maggior spesa (rispettivamente 135,6 e 105 milioni di euro) e da sole assorbono quasi il 40% della spesa totale (39,8%), pur con un lieve calo rispetto al 2023;
- lormetazepam è il farmaco più utilizzato in termini di dosi (14,4 DDD/1000 abitanti die), con il costo per giornata di terapia più basso della categoria (0,21 euro).
Si registra inoltre una marcata variabilità territoriale: alcune regioni del Nord hanno consumi di ansiolitici e sedativi più che tripli rispetto alle regioni con i livelli più bassi.
Questi dati raccontano un’abitudine radicata all’uso di benzodiazepine, spesso protratto per periodi molto più lunghi rispetto a quanto raccomandato dalle linee guida internazionali.
3. Psicofarmaci nelle età estreme della vita
3.1 Bambini e adolescenti: numeri bassi ma in crescita
Uno dei capitoli più sensibili riguarda l’uso di psicofarmaci in età evolutiva. Nel 2024, nella popolazione pediatrica italiana:
- la prevalenza d’uso di psicofarmaci è stata dello 0,57%, in aumento dell’8,6% rispetto al 2023;
- il tasso di prescrizione è pari a 56,9 prescrizioni ogni 1000 bambini, con un consumo di 59,3 confezioni ogni 1000 bambini, che rappresenta circa l’1% del consumo totale di farmaci in età pediatrica.
Nel periodo 2016–2024 sia la prevalenza d’uso che i consumi sono più che raddoppiati, pur restando su valori assoluti bassi: da 20,6 confezioni per 1000 bambini (prevalenza 0,26%) nel 2016 a 59,3 confezioni per 1000 bambini (prevalenza 0,57%) nel 2024.
Per sottocategorie di farmaci:
- antipsicotici: prevalenza d’uso 0,32%, con 30,2 confezioni per 1000 bambini (+8,6% rispetto al 2023);
- antidepressivi: prevalenza 0,23%, 17,4 confezioni per 1000 bambini (consumo sostanzialmente stabile);
- farmaci per l’ADHD (metilfenidato e atomoxetina): prevalenza 0,13%, 11,7 confezioni per 1000 bambini, con l’aumento maggiore delle prescrizioni (+24,9% in un anno).
Fra le molecole più prescritte si trovano:
- aripiprazolo, primo farmaco per utilizzo (13,5 confezioni per 1000 bambini);
- metilfenidato (ADHD),
- sertralina (SSRI utilizzato anche nel disturbo ossessivo-compulsivo in età evolutiva),
- risperidone (usato anche per gravi disturbi del comportamento).
Il quadro è chiaro: le prescrizioni restano relativamente rare ma sono in aumento, soprattutto nelle fasce 12–17 anni, e riflettono probabilmente sia una maggiore sensibilità verso i disturbi psichici in adolescenza, sia il peso del post-pandemia.
3.2 Anziani, politerapia e fragilità
Sul versante opposto dell’età, la popolazione anziana assorbe una quota enorme di farmaci in generale, inclusi molti psicofarmaci. Nel 2024:
- oltre il 97% degli over 65 ha ricevuto almeno una prescrizione farmacologica;
- in media ogni anziano ha assunto 7,6 sostanze diverse nel corso dell’anno;
- il 33,1% degli anziani è in politerapia cronica (almeno 5 farmaci diversi per almeno 6 mesi all’anno).
In questo contesto, l’uso di antidepressivi, antipsicotici e benzodiazepine assume un peso particolare: aumentano i rischi di interazioni, cadute, confusione mentale, peggioramento delle funzioni cognitive. Da qui l’importanza di una periodica revisione delle terapie e di un forte coordinamento tra medico di medicina generale, psichiatra, geriatra e psicologo.
4. Benefici e rischi: oltre lo stigma
Gli psicofarmaci non sono né “salvifici” né “diabolici”. Il loro valore dipende dal contesto clinico, dalle indicazioni, dalla competenza con cui vengono prescritti e dal modo in cui il paziente viene accompagnato.
4.1 I benefici possibili
Quando usati in modo appropriato, gli psicofarmaci possono:
- ridurre in tempi relativamente brevi la sintomatologia depressiva moderata-grave, diminuendo anche il rischio suicidario;
- contenere deliri, allucinazioni, agitazione, permettendo una migliore integrazione sociale e familiare delle persone con psicosi;
- stabilizzare l’umore in pazienti con disturbo bipolare, prevenendo ricadute e riducendo ricoveri;
- attenuare ansia acuta, insonnia severa e agitazione, permettendo di “aprire una finestra” che renda possibile il lavoro psicoterapeutico e la riabilitazione psicosociale.
In molti casi un trattamento farmacologico ben impostato può letteralmente cambiare la traiettoria di vita di una persona.
4.2 I rischi e le criticità più frequenti
Allo stesso tempo, l’uso degli psicofarmaci non è privo di rischi:
- effetti collaterali somatici (aumento di peso, alterazioni metaboliche, disturbi gastrointestinali, sedazione, disturbi sessuali);
- rischio di dipendenza e astinenza con le benzodiazepine e alcuni ipnotici, soprattutto oltre le poche settimane raccomandate;
- compromissione delle funzioni cognitive, rischio di cadute e fratture, soprattutto negli anziani in politerapia;
- uso cronico di ansiolitici al posto di un lavoro psicologico e psicosociale sui fattori di vulnerabilità, con il rischio di cronicizzare il problema anziché risolverlo;
- sottoutilizzo o sospensione precoce degli antidepressivi rispetto alle raccomandazioni (molti pazienti interrompono dopo pochi mesi, quando le linee guida indicano di mantenere la terapia per almeno 6–12 mesi dopo la remissione dell’episodio).
I dati AIFA mostrano proprio questa distanza fra raccomandazioni e pratica: per gli antidepressivi, ad esempio, i giorni medi di trattamento e gli indici di persistenza nel tempo indicano che una quota significativa di pazienti non riesce a mantenere la terapia per la durata raccomandata, soprattutto in assenza di un adeguato supporto informativo e psicologico.
5. Appropriatezza prescrittiva e integrazione con la psicoterapia
Tutte le principali linee guida internazionali convergono su alcuni principi chiave:
- gli antidepressivi sono indicati soprattutto nelle depressioni di gravità moderata-grave, nei disturbi d’ansia invalidanti e in alcune condizioni specifiche; nelle forme lievi vanno privilegiati, almeno inizialmente, interventi psicologici e psicosociali strutturati;
- gli ansiolitici/benzodiazepine sono indicati per periodi brevi (giorni o poche settimane) in situazioni acute, non come risposta cronica indistinta a qualsiasi forma di ansia o insonnia;
- gli antipsicotici devono essere inseriti in percorsi di cura che includano psicoeducazione, interventi sulla famiglia, riabilitazione e monitoraggio sistematico degli effetti collaterali;
- l’integrazione tra trattamento farmacologico e psicoterapia è spesso la strategia più efficace e più solida nel lungo periodo, soprattutto per depressione, disturbi d’ansia, disturbo bipolare e molte condizioni di comorbilità.
I dati AIFA, peraltro, mostrano come l’aderenza e la persistenza al trattamento con antidepressivi siano tutt’altro che ottimali: la durata effettiva delle cure è spesso inferiore ai tempi raccomandati, e una quota rilevante di pazienti riceve una sola prescrizione nell’arco dell’anno.
Questo richiama il bisogno di:
- più informazione e coinvolgimento dei pazienti sulle ragioni del trattamento, sulla durata attesa e sugli effetti collaterali;
- un ruolo più forte dei servizi territoriali di salute mentale e della psicologia di base, per evitare che lo psicofarmaco diventi l’unico “contenitore” di sofferenze che avrebbero bisogno di spazi di parola, relazione e intervento psicosociale;
- una maggiore attenzione all’uso dei farmaci in contesti fragili (infanzia, adolescenza, anziani in politerapia), dove il rapporto rischio/beneficio va valutato con estrema cautela.

