
Specializzazioni psicologiche nel SSN: serve un cambio di paradigma, non la difesa dello status quo
Il dibattito sulle specializzazioni degli psicologi nel Servizio Sanitario Nazionale si è fatto vivace nelle ultime settimane su Quotidiano Sanità, con interventi che meritano attenzione per la diversità di prospettive — e di profondità — che esprimono. Provo a ragionare su quanto scritto da Mario Sellini (Form-AUPI), Arturo Rippa (AUPI) e Federico Zanon (AltraPsicologia), perché il tema non è accademico: riguarda il tipo di psicologia pubblica che vogliamo consegnare ai prossimi decenni.
Il nodo: una sola specializzazione per un mondo che ne chiede molte
Sellini e Rippa partono da un dato oggettivo e incontrovertibile. La legge italiana riconosce una sola specializzazione per gli psicologi: la psicoterapia (art. 3, L. 56/89). Le altre specializzazioni universitarie esistono, certo, ma sopravvivono solo in quanto equipollenti alla psicoterapia. Non hanno vita autonoma. Se un’ASL volesse bandire un concorso per un neuropsicologo — figura prevista nei LEA, richiamata nei PDTA per le demenze, indicata nelle linee guida per il Mild Cognitive Impairment — non potrebbe farlo richiedendo la specializzazione in neuropsicologia come titolo di accesso. Dovrebbe comunque passare dalla psicoterapia. Lo stesso vale per la psiconcologia, la psicologia della salute, la psicologia delle cure primarie. Discipline consolidate, con basi scientifiche solide, con una domanda di prestazioni in crescita — ma senza riconoscimento formale autonomo nel sistema concorsuale.
È una distorsione strutturale, non un dettaglio burocratico. Sellini lo dice con chiarezza: non basta aggiungere quattro o cinque nuove specializzazioni alle otto già attivate dalle università se poi il meccanismo delle equipollenze resta invariato. Si avrebbero dodici etichette e un solo sportello. Il problema non è quantitativo ma di architettura normativa: finché l’unico titolo che apre le porte del SSN resta la psicoterapia, ogni altra specializzazione rimarrà un ornamento accademico.
Rippa, dal canto suo, porta il ragionamento sul terreno concreto dei servizi. Nei Centri per i Disturbi Cognitivi e le Demenze, nei reparti oncologici, nelle UTIN, nelle équipe di riabilitazione neurologica, ciò che serve non è genericamente uno psicoterapeuta. Serve uno specialista con competenze certificate in ambiti specifici. Il caso del Fondo Alzheimer e Demenze è emblematico: un’opportunità che avrebbe potuto sancire l’autonomia della neuropsicologia nel SSN, ma che nella maggior parte dei bandi ha continuato a richiedere la psicoterapia come titolo di riferimento. Un paradosso che penalizza tanto i professionisti quanto i pazienti.
La posizione di Zanon: obiezioni senza proposta
Federico Zanon interviene con una lettera che ha il merito di porre domande, ma il limite di non offrire risposte. Anzi, di suggerire implicitamente che non servano.
La tesi di fondo è che la settorializzazione delle specializzazioni rischierebbe di frammentare la visione unitaria dell’essere umano — trasformando gli psicologi in “elettricisti, meccanici e gommisti dell’anima” — e di privare i dirigenti psicologi del SSN della flessibilità consentita dal ruolo unico, ovvero la possibilità di cambiare settore nel corso della carriera.
Sono obiezioni che si possono comprendere sul piano emotivo, ma che reggono poco all’analisi. Vediamo perché.
Primo. L’idea che la specializzazione cancelli la visione unitaria della persona confonde il livello formativo con quello identitario. Nessuno sostiene che il neuropsicologo debba dimenticare di avere davanti un essere umano, così come il cardiologo non dimentica che il cuore batte dentro un corpo che ha anche una storia, delle relazioni, un contesto. La specializzazione non è l’opposto dell’umanizzazione delle cure, ma ne è una precondizione. Si umanizza meglio quando si è competenti nel proprio ambito, non quando si è generici su tutto. Zanon invoca il paradigma umanistico, ma lo contrappone artificialmente alla competenza settoriale, come se le due cose fossero incompatibili. Non lo sono.
Secondo. L’argomento della flessibilità va capovolto. Se il ruolo unico consente oggi di spostare uno psicologo da un consultorio a un SerD e da lì a un servizio di neuropsicologia, il risultato non è la formazione di un professionista eclettico, ma l’impiego di un professionista potenzialmente non formato per il contesto in cui viene collocato. La flessibilità che Zanon descrive come un valore è, nella prospettiva dei pazienti, un rischio: quello di ricevere un servizio da un professionista che non ha la formazione specifica per erogarlo. In nessun altro ambito della dirigenza sanitaria questo sarebbe accettabile. Come nota Rippa, nessuno assumerebbe un ortopedico per un reparto di cardiochirurgia pediatrica. Perché dovrebbe essere diverso per la psicologia?
Terzo. Zanon dice di non vedere vantaggi nella settorializzazione, né per gli psicologi né per la sanità pubblica. Ma le domande a cui dice di non trovare risposta sono esattamente quelle a cui Sellini e Rippa rispondono. Il DDL n. 2700 sulla riforma delle professioni sanitarie è il veicolo normativo in cui collocare il riconoscimento di nuove specializzazioni con piena autonomia. Le direttive europee forniscono il quadro di legittimazione. La proposta non è vaga: prevede il riconoscimento formale delle specializzazioni psicologiche afferenti all’area della salute come titoli autonomi, l’adeguamento dei bandi di concorso alle competenze specialistiche richieste, la revisione del meccanismo delle equipollenze. Non si tratta di smantellare il sistema, ma di adeguarlo a una realtà che lo ha già superato.
Criticare senza costruire non fa avanzare il dibattito
Il punto più debole dell’intervento di Zanon è l’assenza di una controproposta. Si critica la settorializzazione, si evoca la visione olistica, si difende il ruolo unico — ma non si dice che cosa si vorrebbe fare in concreto per rispondere ai bisogni di salute psicologica che il SSN oggi non riesce a intercettare. L’unica proposta laterale è un riordino dei programmi delle scuole di psicoterapia private con l’inclusione di moduli formativi organizzati per settore. Una soluzione che, anche nella migliore delle ipotesi, lascerebbe intatto il problema normativo di fondo: una sola specializzazione riconosciuta, nessun concorso settoriale, nessuna corrispondenza tra competenze formate e posizioni occupate.
Dire “non vedo vantaggi” appare una una dichiarazione di immobilismo. Il dibattito sulle specializzazioni non è un esercizio teorico.
Il momento è adesso
La riforma delle professioni sanitarie è in discussione. L’AUPI ha già inviato alla Commissione Affari Sociali della Camera una proposta strutturata. Il segretario generale Iacob ha detto con nettezza che le nuove specializzazioni non sostituiscono la psicoterapia, ma la affiancano e la differenziano. La psiconcologia, la neuropsicologia, la psicologia dell’emergenza, la psicologia delle cure primarie, la psicologia perinatale: sono tutte discipline che rispondono a bisogni reali, documentati, in crescita.
La psicoterapia resta una specializzazione di grande valore. Nessuno lo mette in discussione. Ciò che si chiede è che non sia più l’unica ad avere piena dignità nel sistema. Continuare a difendere l’unicità del titolo non è conservazione di un modello che funziona — è resistenza al cambiamento in un modello che, sul piano della qualità dell’offerta di salute psicologica pubblica, mostra tutti i suoi limiti.
Serve un sistema plurale di specializzazioni, con concorsi coerenti, con bandi che dicano chiaramente quale competenza si cerca. Serve, in una parola, che la psicologia nel SSN cresca insieme alla complessità dei bisogni a cui è chiamata a rispondere. Sellini, Rippa e l’AUPI stanno indicando una direzione. Chi non è d’accordo ha il diritto — e il dovere — di proporre un’alternativa. Ma limitarsi a dire “non sono convinto” non è un’alternativa.

